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Ci sono ricette che sembrano nate per essere realizzate insieme a qualcun altro. In genere si tratta di pietanze che si mangiano la domenica e i giorni di festa o che si devono preparare in grandi quantita’ e in poco tempo.
I tortellini, le orecchiette, la conserva di pomodori, le marmellate, il panettone fatto in casa, i tanti dolci fritti delle feste, sono preparazioni che hanno bisogno, secondo me, di essere preparati insieme alla propria madre, ad una sorella, un marito o un compagno, un amica o un amico.
Se una volta, in una famiglia per lo piu’ numerosa, bisognava aiutarsi tutti, oggi se ne ha bisogno quasi piu’ per darsi coraggio nell’affrontare le fatiche che la cucina (come i rapporti) a volte impone.
Siamo passati da un tempo in cui il cibo era un bisogno ad un tempo, il nostro, in cui questo bisogno e’ diventato un pretesto per avvicinarci a noi stessi e agli altri.
Io, che adoro i pretesti perche’ mi sembrano uno straordinario esercizio dell’intelligenza umana, penso che il pranzo piu’ buono, il miglior invito a cena, la migliore festivita’ e’ quella che prevede la preparazione dei piatti insieme.
E chissa’ che dopo la moda dei corsi di cucina come argomento per la tavola e, all’evergreen, “io che cosa porto?” non arrivi presto la moda dell’invito con preparazione e cottura!

…Pensavo tutto cio’ mentre preparavo, da sola, i miei primi fichi maritati. Si tratta di un altro tipico dolce pugliese che veniva offerto in passato durante i matrimoni e che si prepara con i fichi aperti, fatti essiccare al sole d’agosto, sovrapposti l’uno sull’altro con una mandorla nel mezzo.
Poiche’ la stagione estiva (non solo per ragioni climatiche) non mi ha permesso di prepararli direttamente in Puglia con mia madre e con i fichi dei nostri alberi, mi sono ridotta a prepararli in questi giorni, un po’ casalinghi, per l’inserimento al nido del mio bimbo.
I fichi sono comunque pugliesi, comprati da un negoziante di fiducia dei miei genitori che, mi ha assicurato, sono stati essiccati anche con l’utilizzo di una garza per proteggerli dagli insetti.
Indipendentemente da cio’, per prepararli bisogna comunque passare dalla fase della scallatura (cioe’ sbollentarli per sterilizzarli), termine che io stessa non ho ma sentito prima d’ora, ma sembra che sia l’unico adatto per questa ricetta (almeno secondo mia madre). Dopo l’ennesima telefonata in cui cercavo di avere qualche informazione piu’ dettagliata e chiara (impossibile, perche’ questa e’ una ricetta “di mani” e non “di numeri”) mi sono buttata in solitario. Alla fine il risultato mi ha davvero soddisfatto, anche perche’ finalmente ho potuto scegliere io il grado di doratura e morbidezza (piu’ li lasciate in forno e piu’ si seccano e induriscono), mentre il profumo di fichi, mandorla e limone, di cui si e’ riempita la cucina, era proprio lo stesso che creava mia madre.

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Visto che la preparazione e’ stata abbastanza lunga, non sono riuscita a non pensare, inoltre, che questa ricetta poteva ricordare perfettamente il mito del Simposio di Platone; se avete ancora voglia di leggere, ve lo lascio raccontare direttamente da lui. E poi ditemi se non ho ragione!

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“Quando dunque gli uomini primitivi furono così tagliati in due, ciascuna delle due parti desiderava ricongiungersi all’altra. Si abbracciavano, si stringevano l’un l’altra, desiderando null’altro che di formare un solo essere. E così morivano di fame e d’inazione, perché ciascuna parte non voleva far nulla senza l’altra. E quando una delle due metà moriva, e l’altra sopravviveva, quest’ultima ne cercava un’altra e le si stringeva addosso – sia che incontrasse l’altra metà di genere femminile, cioè quella che noi oggi chiamiamo una donna, sia che ne incontrasse una di genere maschile. E così la specie si stava estinguendo. Ma Zeus, mosso da pietà, ricorse a un nuovo espediente. Spostò sul davanti gli organi della generazione. Fino ad allora infatti gli uomini li avevano sulla parte esterna, e generavano e si riproducevano non unendosi tra loro, ma con la terra, come le cicale. Zeus trasportò dunque questi organi nel posto in cui noi li vediamo, sul davanti, e fece in modo che gli uomini potessero generare accoppiandosi tra loro, l’uomo con la donna. Il suo scopo era il seguente: nel formare la coppia, se un uomo avesse incontrato una donna, essi avrebbero avuto un bambino e la specie si sarebbe così riprodotta; ma se un maschio avesse incontrato un maschio, essi avrebbero raggiunto presto la sazietà nel loro rapporto, si sarebbero calmati e sarebbero tornati alle loro occupazioni, provvedendo così ai bisogni della loro esistenza. E così evidentemente sin da quei tempi lontani in noi uomini è innato il desiderio d’amore gli uni per gli altri, per riformare l’unità della nostra antica natura, facendo di due esseri uno solo: così potrà guarire la natura dell’uomo. Dunque ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perché quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole. E’ per questo che ciascuno è alla ricerca continua della sua parte complementare.
[…]
Queste persone – ma lo stesso, per la verità, possiamo dire di chiunque – quando incontrano l’altra metà di se stesse da cui sono state separate, allora sono prese da una straodinaria emozione, colpite dal sentimento di amicizia che provano, dall’affinità con l’altra persona, se ne innamoranc e non sanno più vivere senza di lei – per così dire – nemmeno un istante. E queste persone che passano la loro vita gli uni accanto agli altri non saprebbero nemmeno dirti cosa s’aspettano l’uno dall’altro. Non è possibile pensare che si tratti solo delle gioie dell’amore: non possiamo immaginare che l’attrazione sessuale sia la sola ragione della loro felicità e la sola forza che li spinge a vivere fianco a fianco. C’è qualcos’altro: evidentemente la loro anima cerca nell’altro qualcosa che non sa esprimere, ma che intuisce con immediatezza.
[…]
La ragione è questa, che la nostra natura originaria è come l`ho descritta. Noi formiamo un tutto: il desiderio di questo tutto e la sua ricerca ha il nome di amore.”

Tratto dal “Simposio” di Platone

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Ingredienti
1kg di fichi secchi
2 limoni non trattati
mandorle senza pellicola q.b.
alloro q.b.

Far tostare le mandorle in forno.
Accendere il forno, in funzione ventilato, a 150 C. Scallare i fichi secchi buttandoli in acqua bollente per un paio di minuti, asciugarli con un telo pulito e disporli con la polpa verso l’alto su un paio di teglie con carta forno, far asciugare i fichi in forno per 15 mn circa. Se i bordi si sono un po’ arricciati verso l’alto stenderli delicatamente con le mani.
Grattuggiare la buccia dei limoni e distribuirla sulla polpa dei fichi aperti, mettere al centro di ogni fico una mandorla e sovrapporre con un altro fico aperto.
Infornare i fichi, ora maritati, a 170 C per altri 10-15 mn o finche’ non diventeranno ben dorati.
Lasciare intiepidire i fichi e disporli, alternandoli con delle foglie di alloro, dentro a dei vasi a chiusura ermetica puliti.

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